Ignazio Massa
Dipartimento di Fisica, Università di Bologna

Entropia e probabilità



Il concetto di entropia aiuta a comprendere in quale direzione evolvono i sistemi termodinamici e consente di esprimere in forma quantitativa il Secondo Principio della Termodinamica. E’ noto che tale Principio pone alcune ulteriori limitazioni ai processi naturali, oltre a quelle che derivano dal Primo Principio e quindi dalla conservazione dell’energia: l’esperienza comune indica che tutta una serie di fenomeni non avvengono in Natura (o, comunque, sono estremamente improbabili), pur non contraddicendo il Primo Principio della Termodinamica. Ricordiamo qui tre casi emblematici:

  1. Sappiamo che quando un corpo scivola lungo una superficie scabra, per esempio un piano inclinato, converte parte della propria energia meccanica in energia interna del piano e del corpo stesso: ciò è testimoniato, a livello macroscopico, da un aumento di temperatura dei due corpi. Il Primo Principio non vieterebbe il realizzarsi del processo inverso: in realtà, non si è mai osservato un corpo che, inizialmente fermo alla base di un piano inclinato, lo risalga a spese della propria energia interna.
  2. E’ esperienza comune il fatto che un gas, lasciato libero di espandersi, tenda ad occupare tutto il volume che gli è accessibile. La conservazione dell’energia non vieterebbe che il gas, inizialmente distribuito su un ampio volume, spontaneamente ne occupasse solo una frazione, limitandosi spontaneamente.
  3. Due corpi, inizialmente a temperature diverse, se vengono messi in contatto, dopo un certo tempo raggiungono la stessa temperatura (che ha un valore intermedio), all’equilibrio termico. Perché due corpi che hanno la stessa temperatura non se ne allontanano, raggiungendo stati con temperature diverse?


Questi esempi, apparentemente scollegati fra loro, in realtà possono essere ricondotti agli effetti di un unico Principio fondamentale: il Secondo Principio della Termodinamica.

Potremmo dire che nell’Universo in cui viviamo, è vero che l’energia si conserva, ma è vero altresì che essa evolve, assumendo forme che non sono tutte ugualmente pregiate. Da questo punto di vista, è evidente che l’interesse che l’uomo ha nei riguardi dell’energia sta nel fatto che può ottenerne lavoro. Nel mondo antico tale lavoro lo si otteneva per lo più da energia muscolare (facendo lavorare uomini e animali) e da energia meccanica: si pensi ai mulini a vento, alle ruote idrauliche, alla navigazione a vela. Nel mondo moderno, invece, gran parte dei macchinari utilizzano energia elettrica o energia che deriva da qualche forma di combustione. E in questi casi, l’efficienza di conversione in lavoro è molto inferiore: la figura qui accanto mostra che solo una piccola frazione (1/8) della potenza di un’automobile, che viaggia su una strada orizzontale, viene effettivamente utilizzata per il movimento.



E’ dunque un punto molto importante il fatto che in Natura non tutte le forme di energia siano ugualmente pregiate (ai fini di ottenerne lavoro). La tabella allegata (nella quale i valori indicati sono riferiti a quelli dell’energia meccanica) può servire per valutare la variazione di entropia che si ha nella conversione da una forma di energia ad un’altra.

Energia

Entropia (J/K)

ordine

 

Cinetica, potenziale gravitazionale e elettrica

0

termica, reazioni nucleari

10-11

termica, entro il Sole

10-7

luce solare

10-5

termica, reazioni chimiche

10-4

termica, sulla Terra

3 10-3

termica, radiazione di fondo

3 10-1

disordine

 

Quando la conversione avviene da forme di energia più ordinate a più disordinate, si ottiene un aumento di entropia dell’Universo, coerentemente con il Secondo Principio.

Si avrebbe invece una diminuzione di entropia con processi opposti: per il Secondo Principio, ciò comporta che una parte di energia debba convertirsi in forme ancora più degradate (con produzione complessiva di una variazione di entropia positiva).

L’approccio macroscopico (termodinamico) all’entropia richiede l’utilizzazione di poche coordinate, con le quali è possibile descrivere il comportamento del sistema (per esempio, pressione, volume e temperatura). Un sistema descritto in tal modo, può trovarsi in stati detti di equilibrio termodinamico. Come si rapporta la condizione di equilibrio termodinamico a quella di equilibrio di un sistema meccanico? In quest’ultimo caso sappiamo che le condizioni di equilibrio stabile corrispondono alle situazioni in cui è minima l’energia potenziale: il sistema, lasciato libero, tende a raggiungere tale configurazione. In Termodinamica, nei casi di sistemi isolati termicamente, l’entropia gioca il ruolo dell’energia potenziale in meccanica: il sistema è in equilibrio quando la sua entropia ha un massimo (un ruolo analogo, nel caso di sistemi non isolati, è giocato da altre funzioni di stato termodinamico). E’ per questo che un gas, inizialmente confinato in una parte di un contenitore, e successivamente lasciato libero da vincoli, si espande, aumentando l’entropia del sistema: esso tende a raggiungere uno stato di equilibrio termodinamico.



L’approccio microscopico
obbliga ad affrontare la descrizione di un gran numero (
~ 1023) di particelle identiche (molecole) in movimento, ad alta velocità media (nel caso di Idrogeno, a temperatura ambiente, v» 2 km/s). Se volessimo descrivere tale sistema attraverso gli stati meccanici, dovremmo trattare una equazione vettoriale del moto, r=r(t), per ciascuna particella: impresa impossibile, anche utilizzando grossi calcolatori. E’ quindi necessario schematizzare il sistema da studiare, cioè farne un modello opportuno. Nel caso di un gas, per esempio, conviene considerare le situazioni in cui le interazioni fra le molecole siano trascurabili, ciò che per i gas reali avviene quando sono sufficientemente rarefatti: essi si comportano come un gas perfetto. E’ facile valutare che, nel caso di un gas a pressione atmosferica, la distanza media fra le molecole è » 2 10-7 m, valore circa mille volte maggiore della lunghezza d’onda di de Broglie: di conseguenza, è possibile trattare il sistema come se fosse classico.

Volendo aggirare il problema dell’altissimo numero di stati microscopici, conviene utilizzare come microstati opportune configurazioni. Nel caso di un gas in un contenitore, la configurazione potrebbe dipendere dal fatto di conoscere di ogni particella in quale zona del volume disponibile sta: se nella metà di sinistra o in quella di destra. Un possibile microstato è dunque quello che riconosce quali particelle sono a sinistra e quali a destra.

Un possibile macrostato, invece, potrebbe consistere nel sapere solamente quante particelle si trovano a sinistra e quante a destra.

Si intuisce che ogni microstato m appartiene ad un fissato macrostato M; viceversa, ad un dato macrostato M corrispondono svariati microstati m.

Per procedere nella descrizione del comportamento del gas è necessario fare almeno un’altra assunzione: tutti i microstati sono equivalenti, nel senso che il sistema, quando è in uno stato di equilibrio, passa (mediamente) lo stesso tempo in ciascuno di essi. E’ facile ragionare nel caso semplice di due sole particelle. In tale situazione le configurazioni microscopiche possibili sono quattro; la 1 e la 4 appartengono allo stesso macrostato (una particella a sinistra ed una a destra). Si osservi che, chiamando N il numero di particelle, il numero di configurazioni è 2N, come si vede anche nel caso di tre particelle.

 

Nella tabella che segue sono riportati i numeri di configurazioni (o microstati) C(n) che corrispondono a n particelle a sinistra (e quindi, N-n a destra), nel caso di 10 particelle. Si vede che il numero di microstati è massimo quando n=N-n=N/2.

n

0

1

2

3

4

5

C

1

10

45

120

210

252

Ciò può essere valutato con la relazione generale che ci è data dal calcolo combinatorio, per la quale:

Di conseguenza, la probabilità di trovare n particelle a sinistra è:

Come si vede, esiste un solo microstato nel quale tutte le particelle sono a destra (C(0)=1); questo è sempre vero, indipendentemente dal valore di N, per cui, essendo

 

la probabilità di tale situazione (ordinata) tende a zero al crescere di N. L’idea di ordine e di disordine può essere ricavata dalla nostra esperienza quotidiana, come si può vedere dalla tabella che segue.

Ordine Disordine

mazzo di carte nuovo

carte ben mescolate

mattoni di una casa

mattoni ammucchiati

corpi con T1¹ T2

corpi con la stessa T

Certamente è difficile (anche se non impossibile) che, mescolando un mazzo di carte, queste si dispongano ordinate per colore e per valore; ed è ancora più difficile che, ammucchiando casualmente un alto numero di mattoni, questi generino una casa. Il caso della temperatura è meno intuitivo, ma corrisponde essenzialmente al fatto che, quando due corpi hanno temperature diverse, le molecole mediamente più veloci (cioè del corpo a temperatura maggiore) sono separate da quelle mediamente meno veloci: questa è una forma di ordine.

Tornando dunque all’evoluzione di un sistema (il gas, nel nostro caso), il modello che abbiamo fatto presuppone che nulla di intrinseco alle leggi del moto delle particelle dia un verso al tempo.

In che modo, dunque, evolve il sistema? Macroscopicamente, sui tempi lunghi e all’equilibrio, esso tende a passare la maggior parte del suo tempo negli stati macroscopici più probabili (cioè con molti stati microscopici); in Termodinamica ciò viene espresso dal fatto che:

  1. i valori medi dei parametri macroscopici sono costanti;
  2. aumenta l’entropia (dell’Universo).

E’ per questo che, dal punto di vista microscopico, l’entropia viene definita in modo che essa aumenti al crescere degli stati accessibili al sistema (microstati), cioè, per quanto detto precedentemente, al crescere del disordine. Considerazioni legate al calcolo combinatorio ed al fatto che l’entropia S risulta additiva, suggeriscono di definire dunque:

cioè come misura (logaritmica) del numero di stati accessibili al sistema, cioè misura del disordine (postulato fondamentale della meccanica statistica). Il macrostato al quale è associato il maggior numero di microstati viene detto "di equilibrio": è evidente che il sistema isolato evolve spontaneamente verso le situazioni di massima probabilità, cioè di massimo numero di configurazioni microscopiche, e quindi di massima entropia (Secondo Principio della Termodinamica).

Così possiamo dire di avere individuato almeno tre aspetti fondamentali che caratterizzano l’entropia, o che, se vogliamo, ci aiutano a comprenderne il significato:

  1. l’irreversibilità dei processi naturali, e la traccia che essi lasciano nell’Universo;
  2. la degradazione dell’energia;
  3. l’evoluzione spontanea dei sistemi dall’ordine verso il disordine.

Può essere interessante terminare questa breve trattazione, affrontando un altro aspetto dell’entropia, con risvolti molto moderni: il suo rapporto con l’informazione.

L'informazione è una proprietà delle descrizioni statistiche dei sistemi fisici. Supponiamo che un sistema possa trovarsi in uno di M stati, l’i-esimo dei quali ha probabilità pi . Se tutte le probabilità sono nulle, fuorché una (ph), abbiamo una certezza: il sistema si trova nello stato h e non ci manca alcuna informazione. E’ ovvio che la massima incertezza si ha invece quando tutte le probabilità degli stati sono uguali, e quanto più grande è M. Di conseguenza, quando un sistema evolve verso stati di maggiore entropia, l'informazione che possediamo diminuisce: si dice che l'informazione è entropia negativa (o anche, che l'entropia è una misura dell'informazione mancante). Il sapere che un sistema si trova in un certo macrostato (per esempio, i) equivale a possedere una informazione:

ove k è una costante di proporzionalità e pi è la probabilità dello stato i-esimo (che, a sua volta, è proporzionale al numero C(i) dei corrispondenti microstati).

Come è evidente, sapere che un sistema si trova in uno stato altamente probabile non costituisce granché come informazione; viceversa è una informazione importante sapere che il sistema si trova in uno stato poco probabile.

Un modo per acquisire informazioni su una grandezza è certamente quello di misurarla. Se prima della misurazione gli stati possibili per la grandezza erano ni , e dopo la misurazione sono nf , si è avuta una variazione di informazione pari a:

 

Assumendo per k il valore , la variazione di informazione viene espressa in bit (unità che corrisponde alla quantità di informazione necessaria per decidere fra due possibilità egualmente probabili).

Nel caso discusso, di un sistema di N particelle, al quale corrispondono 2N microstati, l'informazione richiesta per definire in quale di questi si trovi il sistema è

 

che rappresenta il numero di cifre binarie necessarie per indicare il particolare microstato.

Per capire meglio il significato di bit, consideriamo un esempio numerico. Supponiamo di sapere che la lunghezza di un regolo è minore di 128 cm; misurandolo otteniamo il valore

La misurazione ha comportato una variazione di informazione, che possiamo valutare come segue. Prima della misurazione L aveva a disposizione 128 possibili stati, ciascuno da un centimetro: fra 1 e 2 cm, fra 2 e 3 cm … fra 127 e 128 cm; dopo la misurazione gli stati sono solo 2 (entro un errore, L ha un valore che sta fra 48 e 49 cm oppure fra 49 e 50 cm). Segue dunque:

 

Questo valore 6 è il numero di domande che dovremmo fare, in logica binaria, per ottenere lo stesso livello di informazione da una persona bene informata (per esempio, quella che ha eseguito la misurazione). Procedendo razionalmente, infatti, faremmo la seguente serie di domande:

L è compreso fra … e …

 

0 e 64

0 e 32

no

32 e 48

no

48 e 56

48 e 52

48 e 50

A questo punto, dopo 6 domande, la nostra conoscenza sulla lunghezza del regolo sarebbe esattamente uguale a quella ottenuta con la procedura di misurazione.